La cucina, al Teatro Eliseo il multietnico caos di Binasco
Il ritmo diventa sempre più concitato man mano che cuochi, camerieri, pasticceri e sguatteri prendono posto nel loro quotidiano luogo di lavoro: una cucina di un grande ristorante che ogni giorno sfama circa duemila persone. Nella variegata umanità che lavora in uno degli ambienti più tesi e ostili che esistano, c’è chi il giorno prima è sopravvissuto a una violenta rissa, chi vive difficili situazioni familiari, chi dorme nel ristorante e chi invece è al suo primo giorno di lavoro. Ventiquattro protagonisti che – ognuno con le proprie storie, insoddisfazioni, passioni e gelosie – tra litigi e pregiudizi mettono in scena La cucina di Arnold Wesker, in replica al Teatro Eliseo con la regia di Valerio Binasco fino al prossimo 20 maggio.
Scritto e ambientato in una Londra di fine anni Cinquanta La cucina, con il suo strambo personale multietnico, è una perfetta metafora della vita sociale, un microcosmo in cui sono costretti a convivere slavi e francesi, italiani e tedeschi: persone di diversa origine etnica e religiosa che nella vita fuori da quel piccolo spazio non avrebbero nulla da spartire, ma che qui, malgrado gli enormi conflitti, devono forzatamente convivere, lavorare fianco a fianco e fare addirittura gioco di squadra. In un ambiente così carico di tensione nervosa, pericolo e stress come può essere una cucina di un grande ristorante in pieno servizio, l’essere umano riesce a dare il meglio di sé in termini di razzismo, lotta di classe, odio, egoismo e avidità. Le storie e le frustrazioni raccontate tra pentole, padelle e utensili sono numerose, ma tra tutte emerge quella della relazione clandestina tra il cuoco tedesco Peter e Monique, una tormentata tresca che trascinerà lo spettatore e l’inquieto Peter in un violento vortice emotivo dalle drammatiche conseguenze.
La cucina sembra essere davvero la metafora dell’umanità in cui ognuno, con i propri sogni, nodi irrisolti e sentimenti repressi cerca di sopravvivere. Più realistica della realtà stessa questa cucina dall’imponente ed evocativa scenografia, riesce a rendere puntualmente e perfettamente quello che avviene dietro le quinte di un ambiente così duro, mentre tutti gli attori – ognuno nel suo ruolo e nella sua postazione – prendono parte ad una perfetta macchina coreografica in cui ciascun gesto di chi cuoce, frigge, impasta, mescola o impiatta è eccellentemente armonico e sincronizzato. Una danza collettiva impeccabile che non manca di ironia nella sua drammaticità, un piacevole umorismo calcato anche dal divertente modo di esprimersi dei collaboratori slavi e di un singolare cuoco turco-napoletano. Nel lavoro frenetico ed estenuante in cui ognuno finisce per essere risucchiato, non c’è tempo per infortuni e questioni personali: l’avaro e insensibile proprietario Marango esige che non ci si fermi mai. Quello che ne emerge è una dimensione lavorativa disumanizzante del primo dopoguerra, incredibilmente attuale e verosimile in cui abbondano veri e propri effetti cinematografici, come la scena a rallentatore che conclude il primo frenetico atto e diversi colpi di scena. Una cucina dunque, pensata sessanta anni fa, ma che potrebbe tranquillamente essere quella del ristorante dietro casa.
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