Murray riscrive la storia di Wimbledon

Pugni in aria e lacrime di gioia per Andy Murray. Settantasette anni dopo Fred Perry un britannico torna ad incidere il proprio nome nell’Albo d’oro di Wimbledon. Una vittoria costruita mattoncino su mattoncino, come in un tetris giocato ad altissima intensità. Per giunta contro il numero 1 al mondo Novak Djokovic, battuto in tre set 6-4 7-5 6-4.

 

Non saranno i giocatori più belli da vedere, ma sicuramente sono quelli che sbagliano meno. Una svolta epocale per il tennis su erba. Anche perché le discese a rete in quella che a guardarla dall’alto sembrava più una bella finale di arkanoid si contano sulle dita di una mano monca. Eppure il primo set è un ottovolante fatto di break e controbreak. Qualcosa infatti non gira nelle geometrie da fondo campo di Djokovic, che va puntualmente in difficoltà sul servizio regalando addirittura 8 palle break a Murray nel giro di 20 minuti. Lo scozzese – diciamola tutta – si lascia un po’ pregare, ma riesce comunque a strappare un paio di servizi all’avversario. Ne perde uno, perché le prime faticano ad entrare (si concede anche il lusso di un doppio doppio-fallo). Ma la spunta 6 giochi a 4, resistendo agli assalti del serbo.

Nel secondo set il match si fa ancora più avaro di emozioni e di varietà di gioco. A parte un magistrale, rockeggiante serve’n’volley di Djokovic. Che riesce inizialmente a spostare gli equilibri dalla sua parte, rubando un servizio a Murray sul 2-1. Poi però lo scozzese recupera lo svantaggio e si trascina sul 5 pari. Quindi strappa un secondo break e, sulle ali di un’inedita solidità mentale, corre ad aggiudicarsi il set 7-5. È la chiave di volta del match: soprattutto perché, al di là del risultato, Djokovic perde la testa, inchiodato dalla schiettezza scientifica dell’occhio di falco e da qualche discutibile decisione dell’arbitro di sedia Lahyani.

Ma il vero capolavoro Murray lo compie nel terzo set, quando riesce a scacciare quei fantasmi che, di solito, lo irretiscono nei momenti decisivi. Anzi, lo scozzese resiste psicologicamente all’ennesima girandola di break e contro-break e lentamente fagocita Djokovic, che forse comincia ad accusare un po’ di stanchezza dopo la maratona in semifinale contro Del Potro. Dopo aver vanificato il break iniziale ed essere finito sotto 4 giochi a 2, Andy riesce a riacciuffare l’avversario portandosi sul 4 pari. Quindi strappa un break pesantissimo, che lo catapulta a servire per il match. Come sperimentare in 5 minuti tutte le contrastanti emozioni di questo mondo? Murray precipita da 40 a 0 a difendere il servizio sul vantaggio-Djokovic. Il serbo per tre volte non ne approfitta. Alla quarta lo scozzese trova la freddezza necessaria per affossare definitivamente “boss” Djokovic, e per alzare un trofeo atteso tre quarti di secolo.

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