G20, il mondo diviso dalla Siria

G20San Pietroburgo assiste ad un G20 profondamente diviso sulla questione siriana. Nel summit nato per discutere soprattutto di economia, e durante il quale si sono affrontati i temi dell’occupazione, della recessione e della lotta all’evasione fiscale, l’attenzione è stata catalizzata sulla Siria e sull’opportunità di un’azione militare.

Favorevoli all’interventismo sembrano soprattutto gli Stati Uniti, dove l’amministrazione Obama sta lavorando per ottenere il consenso del Congresso, pur non occorrendone l’approvazione e pur avendo agito in situazioni analoghe senza averne il placet.
La Casa Bianca chiede a Parlamento l’autorizzazione ad un’iniziativa armata che non contempli un’operazione di terra ma che prevenga e agisca da deterrente nei confronti dell’uso e della proliferazione di armi chimiche.

Sotto accusa il presunto utilizzo di sarin, il gas letale vietato dalla Convenzione sulle armi chimiche, che, secondo gli ispettori ONU, sarebbe stato usato dal regime di Assad verso la popolazione civile.
In seno alle Nazioni Unite la questione è resa particolarmente complessa dal veto opposto da Cina e Russia alla proposta di risoluzione avanzata dalla Gran Bretagna. Tra i Paesi che hanno apertamente condannato la condotta del governo siriano non sembra vi sia la volontà di agire senza il necessario mandato che legittimerebbe l’intervento. Le perplessità, comunque, non si riducono al mancato avallo da parte del Consiglio di Sicurezza. Non è possibile, infatti, prevedere gli esiti di un intervento militare che non garantirebbe, in ogni caso, successo o stabilità nella regione; gli scettici obiettano che non sono stati ancora esperiti tutti i mezzi pacifici per la risoluzione della crisi; la credibilità americana risente tuttora dei clamorosi errori di valutazione commessi in Iraq; e una guerra risulterebbe molto impopolare agli occhi dei cittadini negli Stati Uniti – in rete imperversa la satira su un possibile attacco in Siria, e “The Onion” ironizza su come la maggior parte dell’elettorato sarebbe favorevole a mandare al fronte il Congresso.

Tutto ciò che si è riusciti ad ottenere al summit è una generica dichiarazione di condanna nei confronti dell’establishment di Damasco da parte di undici Stati firmatari, tra cui figura l’Italia. Nel documento si chiede una risposta internazionale all’uso di armi chimiche ma, come fa notare il Ministro degli Esteri Emma Bonino, non presenta una «soluzione militare» all’emergenza siriana.
Nel momento in cui si prospetta un nuovo conflitto, ha un impatto specialmente significativo la giornata di digiuno per la pace indetta da Papa Francesco, che si è spinto al punto da chiedere espressamente se la guerra non sia solo un pretesto per il commercio d’armi. Non è il giudizio di Dio a sostenere il vincitore, non vi sono ordalie in guerra. Resistono, ancora e sempre, la legge del più forte e il fallimento della ragione. Sun Tzu diceva che «la forza di chi muove all’attacco diventa vuota, la forza di chi non muove si mantiene piena». La nostra forza è vuota.

Claudia Pellicano

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