Parlare di scrittura con Francesco Piccolo

Ci sono tanti modi di parlare di scrittura. Francesco Piccolo, candidato al premio Strega 2014 con Il desiderio di essere come tutti, non crede nella sacralità. Parla di voglia di esprimersi, non ama la parola “ispirazione”, ma ha “paura” di quando leggi una riga di un romanzo e ti vedi lo scrittore in biblioteca che cerca tra i libri quella precisa informazione.

«Insomma – ci dice l’autore – io ho l’impressione che se non gliene importa tantissimo all’autore di scrivere una cosa, se lui non la sentiva ma è solo andato a studiarla, perché dovrebbe importare al lettore di leggerla?». La chiacchierata con Francesco Piccolo all’interno di un’aula del Master della Sapienza è un momento vero di letteratura. Troppo amichevole per essere sentita come una lezione, tocca in realtà le corde più profonde dell’insegnamento: quelle di chi racconta la propria esperienza e, con l’aria di raccontare, di fatto spiega e fa conoscere una realtà che poi, quando è finito, hai voglia di dire agli altri. Con Francesco Piccolo si entra nella realtà concreta dello scrittore degli anni Duemila. Uno scrittore che quasi mai può scrivere solo i suoi libri, ma «in maniera schizofrenica» collabora con giornali, crea sceneggiature per il cinema scrivendo con altre persone e alcune volte è chiamato a scrivere racconti per questa antologia, o testi di prefazione per quell’altro libro in uscita. Uno scrittore che non aveva stabilito di essere scrittore per la vita, ma aveva desiderato fare una vita che gli avrebbe permesso di scrivere. Uno scrittore che pensa che il suo lavoro nasca dalla voglia di esprimersi e si realizzi correggendosi e mettendosi a posto: «non è scrittore chi ha le idee, perché quelle sono alla portata di tutti; ma è la messa in pratica delle idee che fa una persona creativa, quella specie di operaio che si mette a lavorare sull’idea».

{ads1}

L’idea di scrittura che Piccolo presenta per prima cosa è tratta da un brano della Trilogia della città di K. di Agota Kristof. I due fratelli imparano a leggere e a scrivere, mettendo su una specie di scuola di scrittura creativa. Si assegnano un tema ogni settimana e si correggono a vicenda sulla base di semplici regole: bisogna scrivere ciò che è vero. «È proibito scrivere: “nonna somiglia a una strega”; ma è permesso scrivere: “la gente chiama nonna la Strega”. È proibito scrivere: “la piccola città è bella”, perché può essere bella per noi e brutta per qualcun altro (…). Scriveremo: “noi mangiamo molte noci” e non: “amiamo le noci”, perché il verbo amare non è un verbo sicuro, è un verbo che manca di obiettività». Al tema si danno due giudizi “Bene” o “Non bene”. Il “Non bene” viene gettato nel fuoco e riscritto per la settimana successiva. Con questa premessa Piccolo ci dice ciò che cinema e letteratura hanno in comune. «In letteratura come nel cinema bisogna raccontare delle cose, cose che fanno scaturire nel lettore dei sentimenti: questo fa la differenza tra chi sa scrivere e chi non sa scrivere. Talvolta si crede che nominando un sentimento lo si esprima. Invece di raccontare una scena in cui una persona sta soffrendo, si pensa di poter dire “Elisabetta soffre”. Ma nominare i sentimenti è una specie di schermo, non oltrepassa il senso della scrittura. Anche nel cinema potete vedere le azioni, i dialoghi, i personaggi, ma i sentimenti non li potete scrivere: come per i fratelli della Trilogia».

Da qui l’incontro con Piccolo diventa un dialogo, belle risposte a varie domande che proprio dal racconto della Kristof prendono inizio. Eccone alcune.

Quanti fogli si gettano nel fuoco quando si scrive un libro? Quanti “Non bene” ci vogliono per arrivare a un “Bene”? I non bene sono tantissimi. Si scrivono sempre e ancora cose brutte, che poi possono diventare belle ma possono anche non diventarlo. C’è tanto spreco nella scrittura, e questa è una necessità: tanti fogli sono stati gettati nel fuoco e non tutti sono stati trasformati in bene. Io credo molto nel fatto che lo scrittore è tanto più bravo quanta più razionalità e capacità autocritica ha. A me spaventa l’idea di perderla, come ho già visto in altri scrittori, o l’idea che mi sia già capitato. Più persone ti dicono quanto sei bravo, più tu ti senti bravo e, se cominci a pensare che sei bravo, cominci ad ammirare te stesso mentre scrivi. All’inizio quando scrivevi ti dicevi: “perché proprio io dovrei scrivere una cosa sensata?”; poi pensi: “perché io non dovrei scrivere una cosa sensata?”. Secondo me, quando si arriva a questo si fanno dei libri bruttissimi. Io sento di essere stato molto rigido su me stesso fin dall’inizio. Ho cominciato a scrivere a 15-16 anni perché avevo una compagna di banco di cui ero innamorato. Di cosa scrivevo? Di uno che era innamorato della compagna di banco. Quello che scrivevo era bruttissimo e me ne rendevo conto. Però ero felicissimo di scrivere, e anche se avevo tante cose da fare – ho avuto una giovinezza felice, non ero uno di quelli che non usciva e che non aveva amici – avevo voglia di stare a casa a scrivere. Per questo, perché avevo voglia, ho capito che la scrittura era una cosa importante per me. Ma ho anche capito, a un certo punto, che dovevo smettere di scrivere e fare un periodo solo di letture, quando sono venuto a Roma. Ho letto libri che mi hanno suggerito punti di partenza, ho appuntato cose sul taccuino, ho cominciato a scrivere delle frasi. Era come se mi dovessi allenare: quelle frasi assomigliavano abbastanza a quello che scrivo oggi, come se attraverso quelle frasi io stessi cominciando a trovare questa mia voce che è l’essenza di quello che scrivo, perché ognuno deve avere la sua voce. Bella o brutta che sia è la propria voce il punto di partenza.

E poi si capisce quando arriva il “Bene”? Vi racconto un secondo episodio. Quando sono passato da Feltrinelli a Einaudi avevo deciso un libro da scrivere. Ma era un libro su cui facevo una fatica enorme. E la disciplina diventa quasi follia: io ho scritto fino in fondo avendo sempre il sospetto che non fosse un libro bello. Non l’ho abbandonato, ma mentre scrivevo mi è cominciata a entrare in testa la possibilità di un altro libro (che poi è diventato La separazione del maschio). Però tutta l’estate scrivevo, come se dovessi andare all’interrogazione di fisica, il romanzo che stavo preparando. Come se lo facessi di nascosto a me stesso, ho scritto però nello stesso periodo centinaia di pagine di appunti per l’altro libro che mi era venuto in mente. Ho cominciato a rendermi conto che c’era qualcosa che non andava nell’idea di scrivere una cosa che mi apparteneva fino a un certo punto. Finito quel romanzo sono andato quindici giorni fuori, a chiudere una sceneggiatura in campagna: quei quindici giorni non ho dormito mai pensando a cosa fare con quel libro. Alla fine ho deciso di non darlo alla casa editrice. E ho scritto l’altro. Lì ho imparato che, per quanto mi riguarda, per arrivare al “Bene” io devo scrivere qualcosa che la mattina ho un’enorme voglia di scrivere.

Concretamente, come si riesce ogni giorno a mettersi a scrivere? Soprattutto quando si devono scrivere tante cose diverse tutte insieme? Serve tanta capacità di concentrazione: se ti immergi in una cosa, ci vuole il tempo per immergersi; dopo di che, però ci stai dentro. La diversificazione dei generi di scrittura che mi trovo a fare in un certo senso può anche aiutare perché alimenta il lavoro e riproduce la creatività: a me capita che quando scrivo per il cinema, che per me significa scrivere con altre persone, poi ho una enorme voglia di andare a scrivere da solo; viceversa quando sto scrivendo da solo il mio libro sono contento di andare a casa del regista a scrivere con gli altri. Ogni tanto mi capita di svegliarmi alle 5.30, allora alle 6 sono già nel mio studio. Se magari alle 10 vado dal regista, ho già scritto per me, sono rilassato e ho gran voglia di buttarmi subito su altro. Serve un’enorme autodisciplina, darsi degli orari di lavoro da solo. Però vi dico una cosa. Ad esempio mentre scrivo spesso spero che la gente mi telefoni. Mi piace essere interrotto, un po’ perché so che poi ho la capacità di riprendere la concentrazione; ma il fatto che mentre scrivi ti chiama un amico e ti mette dentro alla sua vita e poi tu ne esci di nuovo e ti metti a scrivere questa roba qua non è poca cosa per uno che scrive.

E i momenti di sconforto? Quelli ci sono. Quando io dico che sto sempre a lavorare metto in conto anche quelle mattine in cui non riesco a fare niente. Rilke nelle Lettere a un giovane poeta diceva una cosa molto bella: il compito che ha uno scrittore è quello di preparare la stanza per l’ospite; poi l’ospite arriva, però non è che tu puoi sapere quando arriva. Ma la stanza deve essere pronta. Tu sei lì e metti in piedi il tuo sistema per scrivere, ma non puoi pensare che funzioni sempre quando dici tu. Quando ci sono delle mattine in cui mi accorgo che non riesco a scrivere, allora scrivo delle lettere ai miei amici, lunghissime. Dico delle cose che magari volevo dire da tre anni. Loro penseranno “questo è pazzo”. Ma questo mette in moto la mia scrittura, la mia testa: io non lo faccio per questo, però poi mette in moto tutto.

Nei tuoi libri, anche nei racconti brevi, parli di tante cose, diverse tra loro, ma spesso tutte insieme, con un ritmo di scrittura serratissimo. Quanto viene di getto? Decidi precisamente cosa scrivere perché lo senti, perché è vero? Allora, “di getto” è un’altra parola che, come “ispirazione”, io non uso. “Di getto” forse assomiglia al “deve essere vero” dei fratelli della Kristof. Io userei la parola “autenticità”: a prescindere cioè che la cosa sia vera o no, sembra vera. In letteratura è talmente preciso il contesto di autenticità che il fatto che sia autobiografico o no conta poco. E questo lo dico sempre quando mi chiedono se scrivo cose autobiografiche: ormai scrivo libri con intenzione autobiografica totale, ma questo non significa che quella è la mia vita privata. L’autenticità è una conquista della scrittura, una conquista faticosa. Soprattutto, l’autenticità non sta all’inizio del discorso, ma sta alla fine. Un altro pregiudizio che abbiamo è che se Leopardi è in vestaglia sul suo colle e ha l’illuminazione per la sua poesia, allora il meglio che scrive sono le prime cose. Invece Leopardi ha scritto 70 versioni dell’Infinito. Dovrebbe essere meglio la prima? Sia nella letteratura, sia nella vita non è detto che le cose che vengono di getto siano le più vere, perché spesso sono piene di luoghi comuni, compromessi, genericità. Se io devo fare una telefonata difficile, se per esempio devo dire a una persona al telefono – per fare proprio l’esempio peggiore – che non la amo più, nel dirglielo devo dire altre cose, dare delle motivazioni. Poi capita che riaggancio il telefono e dopo cinque minuti voglio richiamare perché non ho detto una cosa bene. Insomma vorremmo avere la possibilità di richiamare – sadici, in questo caso! – per spiegare proprio al meglio perché non amiamo più questa persona. Perché la verità è che solo dopo che io ho parlato veramente bene lei potrebbe capire, e dire bene questo era la cosa più vicina al motivo per cui avevo telefonato la prima volta. L’idea che l’autenticità sta all’inizio e non alla fine del percorso di dialettica, della parola, della comprensione di quello che si vuole dire è un’idea già sbagliata nella vita, in letteratura lo è ancora di più.

Quindi è meglio rileggersi molto mentre si scrive oppure scrivere e poi rileggersi da capo? Appunto, l’impressione del “di getto” spesso è una lavorazione finissima, il risultato del processo di cercare di dire bene, nella maniera più precisa e autentica possibile, quello che volevo. Io personalmente, come molti altri scrittori, tendo ad arrivare alla fine di un capitolo o di un racconto velocemente, il prima possibile. Perché per uno scrittore la cosa bella non è scrivere questa roba, ma avere questa roba davanti e da lì cominciare il lavoro. Cominciare a spostare, cambiare, fare il processo di riscrittura vero. Avere l’idea che, man mano che questa cosa si muove, tutto funziona sempre di più.

Francesco Piccolo, ultimo libro: Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, 272 pp., € 18. Scheda libro: www.einaudi.it

Twitter: @CardinaliRob

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *