Oltre i marò
«Riportiamoli a casa». Dal 15 febbraio 2012, abbiamo sentito questo ritornello migliaia di volte. Sui giornali, sui social, sugli striscioni issati su palazzi e curve, tutti erano pronti a spendersi per “liberare i nostri marò”. Lontano da casa, però, non ci sono solo i fucilieri di marina, anzi. Si parla italiano nelle carceri di tutto il mondo.
Da due anni, il “caso Marò” ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e i due militari sono diventati il simbolo dei compatrioti detenuti ingiustamente in un paese straniero barbaro e incivile. Negli ultimi giorni, il ricovero di Massimiliano Latorre per un attacco ischemico temporaneo ha riacceso le polemiche, e presto – forse – gli sarà permesso di rientrare temporaneamente in Italia. In India, più che le condizioni di salute di Latorre, a riportare l’attenzione sul caso è un articolo del quotidiano «Hindustan Times», secondo cui i due militari italiani avrebbero spinto il capitano della Enrica Lexie sostenere il falso nel suo rapporto, affermando che i sei pescatori a bordo del peschereccio indiano erano armati. Gli ultimi due anni ci hanno abituato alla sovraesposizione mediatica dei due fucilieri, degli sviluppi delle indagini, dei dettagli della loro detenzione. Mentre l’affaire Marò occupava le pagine dei giornali, i dibattiti e le piazze, però, ci siamo scordati di qualcuno. Ci siamo scordati degli oltre tremila italiani detenuti nelle carceri di ottantacinque paesi stranieri, alcuni dei quali già denunciati dalle Ong internazionali per violazione dei diritti elementari. In 2.300 sono – come i due marò – ancora in attesa di giudizio. A differenza di Girone e Latorre che, ricordiamolo, non hanno passato un giorno dietro le sbarre, gli altri cittadini italiani sono rinchiusi in penitenziari in cui scontano – spesso in condizioni disumane – pene a volte spropositate, soprattutto nei paesi in cui arresti arbitrari, percosse e maltrattamenti, nonché processi sommari, spesso in assenza di avvocati effettivi e di prove, sono all’ordine del giorno. {ads1} Tutto questo senza l’aiuto dello Stato, che sembra vergognarsi di questi cittadini minori, nascondendo tutto sotto il tappeto o scoprendosi giustizialista ad orologeria quando con i marò, persino di fronte all’evidenza, si è dimostrato ipergarantista. Ah già, ma loro sono i “nostri” ragazzi. Gli altri 3.200, forse, lo sono un po’ meno. Forse perché la maggior parte di loro è dentro per droga? Secondo i dati della Farnesina, un terzo sarebbe in carcere per reati legati agli stupefacenti; dobbiamo ricordare, però, che in molti paesi si rischiano condanne decennali solo per pochi grammi. È il caso Dubai, dove un ventiquattrenne italiano è stato condannato a quattro anni per un quantitativo di marijuana inferiore al grammo. O di Giulio Brusardelli, condannato a quattro anni in un carcere cubano per traffico di droga. Al momento dell’arresto aveva con sé 3,5 grammi di erba, non proprio un novello Pablo Escobar. Nonostante questo, ha dovuto scontare sei mesi di detenzione – nonostante un disturbo che lo rende inadeguato al carcere. è stato liberato pochi giorni fa, ma per sei mesi è stato dimenticato dalla madre patria che ha ben altro a cui pensare. Ma anche in India, mentre tutti ci preoccupiamo dei marò che aspettano il processo in una guest house, liberi di muoversi ma soggetti all’obbligo di firma, due connazionali hanno fatto da anni la conoscenza delle locali galere.
Sono Elisabetta Boncompagni e Tommaso Bruno, detenuti dal 2010 a Varanasi con l’accusa di omicidio, sospettati di aver ucciso – dopo una notte passata a fare uso di eroina e hashish – il compagno di viaggio Francesco Montis. Nonostante la ricostruzione dell’omicidio dell’accusa non regga, i due sono stati arrestati per omicidio volontario di stampo passionale. Dopo un anno di detenzione, il pubblico ministero ha chiesto la condanna a morte per impiccagione (ai tempi non si scandalizzava nessuno perché due nostri concittadini rischiavano la pelle in India), ma il 23 luglio 2011 sono stati condannati “solo” all’ergastolo, pena confermata in appello due anni fa. Il 9 settembre ci sarà la sentenza definitiva, ma tutti non hanno occhi che per i marò. Nessuno, in questi quattro anni, sembra essersi interessato di loro, o quasi. Mentre aspettavano la sentenza di appello “l’affaire Marò” ha rubato loro la scena e l’interesse del ministero degli Esteri, e l’aver ammesso l’uso di droga in un servizio de «Le Iene», gli ha inimicato un’opinione pubblica di per sé disinteressata alla loro sorte. Del resto, sono due tossici che hanno violato la legge e ucciso un italiano, no? Se avessero ucciso – anche per sbaglio – due pescatori indiani sarebbe diverso. O se avessero avuto una divisa.
Per i marò tutti si sono stracciati le vesti riempendosi la bocca con la retorica sulle nostre forze armate nonostante – ripetiamolo insieme per l’ennesima volta – i due fossero al soldo di un privato a difendere i suoi interessi più che il patrio onore, checché ne dica la supersocial figlia di Latorre, che lancia strali via Facebook a un paese che non si cura dei suoi soldati. Così, mentre leggeremo i soliti aggiornamenti sui «due poveri marò», la sentenza della Corte Suprema che chiuderà il processo di Elisabetta e Tommaso passerà in sordina.
Tutti gli italiani sono uguali, ma alcuni sono più italiani degli altri.
